SA DIE DE SA SARDIGNA
Identità, Memoria e Futuro
Identità, Memoria e Futuro
Sa die de sa Sardigna è una giornata di festività istituita dal Consiglio regionale della Sardegna con la legge regionale 14 settembre 1993, n. 44, nominandola Giornata del popolo sardo.
Tutti i popoli della Terra celebrano la propria festa nazionale commemorando un grande evento del passato: un momento storico dal significato profondo, capace di farsi esempio di libertà nel sentimento collettivo. È la festa di un popolo intero che si riconosce nella propria nazione, nel luogo di nascita e di appartenenza; la casa in cui ci si sente radicati e che definisce la propria identità.
Se il popolo italiano — e noi Sardi con esso — celebra il 25 aprile la liberazione dalla tirannia e dall'occupazione straniera, il popolo sardo celebra come propria festa nazionale il 28 aprile: Sa Die de sa Sardigna.
L'evento cardine di questa ricorrenza è l'espulsione da Cagliari e dall'intera isola dei funzionari piemontesi e di altri forestieri asserviti alla corte sabauda, incluso lo stesso Viceré Balbiano: la celebre "die de sa ciappa". È una festa di liberazione da chi negava ai Sardi i propri diritti. All'epoca, il governo torinese non aveva accolto le richieste presentate dai rappresentanti del Regno sardo autonomo al Sovrano: si chiedeva la riconvocazione del Parlamento, la conferma degli antichi privilegi e delle leggi fondamentali, la riserva delle cariche pubbliche ai Sardi, l'istituzione di un Consiglio di Stato a Cagliari e di un Ministero per gli affari della Sardegna a Torino.
Queste istanze non erano pretese infondate, ma poggiavano sul diritto del luogo e sul godimento di privilegi secolari e consuetudinari. Allo stesso tempo, esse esprimevano la volontà di recuperare, dopo secoli di domini stranieri, la dignità di popolo e un’autonomia tesa all'autodeterminazione, nel solco di un vero movimento di liberazione nazionale. Tali diritti erano già delineati nel progetto politico redatto dall'Abate Giovanni Francesco Simon nella primavera del 1775.
Queste rivendicazioni nascevano dalla vittoria sarda sui francesi, a seguito della quale ci si aspettava un giusto riconoscimento dal governo sabaudo. Si chiedeva, inoltre, la fine dei gravosi dazi, dei pagamenti forzosi e delle ingiustizie perpetrate dai baroni verso i vassalli e i lavoratori, privati persino dei beni pubblici destinati ai più poveri.
Come scrive con forza Francesco Ignazio Mannu in "S'innu de su patriotu sardu a sos feudatarios": le ville e le terre venivano cedute come regali o benedizioni, trattate come greggi di pecore, e uomini e donne venivano venduti insieme alla prole. Riguardo ai piemontesi, protettori dei baroni, Mannu denunciava: per loro la Sardegna era una "cuccagna" simile alle Indie spagnole; persino un cameriere poteva alzare la voce contro un Sardo, costretto all'umiliazione indipendentemente dal suo ceto.
Da queste ragioni storiche nasce Sa Die de sa Sardigna, istituita dal Consiglio Regionale con la legge del 14 settembre 1993. È la festa nazionale che dà visibilità alla Regione Sarda e risponde a passioni e sentimenti condivisi dalle istituzioni e dalla comunità. Tutti devono celebrarla con partecipazione sincera, uniti per costruire una società più giusta, fedeli all'idea sarda e orgogliosi di appartenere a questa terra — nostra madre — in attesa di una sua piena liberazione.
Sa Die è un momento di incontro e di gioia, in cui mettere da parte i conflitti quotidiani per dialogare in pace, sognando un tempo sereno. Ma è anche un'occasione di riflessione sull'istituto della Regione oggi: un progetto ancora incompiuto nel sentimento dell'autonomia, che deve trovare nel futuro la sua radice nella sovranità di un popolo sardo concorde e democratico. Una pausa per riflettere sul presente attraverso la virtù del ricordo, per uscire dall'isolamento della "riserva" e tornare protagonisti della nostra storia, padroni di quel mare che un tempo ci apparteneva: una frontiera nuova, aperta al mondo.
Dobbiamo dunque seguire l'esempio dei nostri Padri in un'unità politica e morale, coniugando i valori della scienza e della tecnica contemporanea alla nostra civiltà millenaria. Noi siamo ciò che siamo stati e lo saremo per sempre. Portiamo dentro di noi radici profonde: siamo legati a questa roccia millenaria come ostriche; se essa non ci fosse, noi non esisteremmo.
Oggi la Sardegna sta riscoprendo la propria identità di popolo e cultura. Siamo forse all'inizio di una storia nuova in questo millennio. Non sono mancati gli sforzi per recuperare i secoli perduti: i Sardi vogliono contare ancora, oggi che entriamo in Europa senza dimenticare il Mediterraneo, mare nostro e dei popoli che sognano la pace.
Radici e ali: questa è la migliore eredità da lasciare ai nostri figli. Solo così potremo difendere la nostra identità e tracciare nuove strade per chi verrà dopo di noi. Il tempo migliore dell'avvenire non mancherà, se l'antico peccato della divisione lascerà finalmente il passo all'unità dei Sardi.